21^ Edizione

VESTIVAL!
Racconti, visioni e libri da mettersi addosso

dal 5 al 12 ottobre a Cagliari Carbonia, Isili, Iglesias, Gonnesa, Quartu Sant’Elena, Sanluri, Villanovaforru e Villaputzu

Ideato e organizzato dalla Libreria per Ragazze e Ragazzi Tuttestorie, con il contributo di idee e testi Bruno Tognolini, il Festival Tuttestorie si rivolge un pubblico di bambine e bambini, ragazze e ragazzi da 0 a 16 anni, con uno spazio di approfondimento e formazione dedicato al pubblico adulto. Il programma prevede appuntamenti con ospiti internazionali fra scrittrici e scrittori, illustratrici e illustratori, artiste/i, scienziate/i, atelieriste/i ed esperte/i di letteratura per ragazzi.

Incontri, laboratori, spettacoli, narrazioni, performance, mostre ed eventi speciali saranno dedicati nel 2026 al tema dei VESTITI.

PASTA MADRE

“La scimmia nuda”: così è chiamato l’essere umano in un libro famoso. C’erano dei vantaggi, a quanto pare, a perdere il pelo: meno pulci, meno malattie; più sudore che evapora correndo nella savana, quindi più fresco; più pelle, più tatto, e per esempio più belle le carezze: quindi più amore, più figli, più stare insieme. Insomma molto meglio senza peli. Tanto poi contro il freddo e le spine inventiamo i vestiti. Solo come strumenti pratici, all’inizio.

Poi diventano anche segnali. I capi Sioux indossavano un copricapo fatto di pelli, piume, ossa, conchiglie e spine di porcospino e tutti capivano subito chi era il capo. Un polizotto si mette la divisa per far capire che è un poliziotto; oppure se la toglie per non farlo capire. Alcuni scelgono con cura i vestiti per sembrare eleganti; altri per non sembrare eleganti. Tutte le donne ormai indossano i calzoni, ma pochissimi uomini la gonna. Perché i vestiti danno segnali sui poteri, i mestieri, le idee, le patrie e i caratteri. Su come vogliamo essere visti. Dicono: io sono un tipo frizzante o posato, atletico o filosofo, eccentrico o normale. Dicono: guardatemi, o al contrario: non guardatemi. Dicono: io voglio ribellarmi, o al contrario: voglio essere come tutti. Oppure: voglio solo mettermi addosso la bellezza. Sono così importanti per noi i vestiti che non ne facciamo solo segnali, ma anche simboli. Quando diciamo “è un altro paio di maniche”, “mettiti nei suoi panni”, “mi ha attaccato un bottone”: stiamo parlando di vestiti? No, stiamo vestendo con simboli di vestiario ciò che ci accade.

E i bambini e le bambine? All’inizio dev’essere un tormento. I neonati mal sopportano i vestiti e strillano e strepitano. Dev’essere terribile avere addosso qualcosa che pizzica, stringe, tormenta, e quella piegolina che preme, e non potersi grattare. Ma poi si abituano, come i cuccioli di ogni specie. Forse anche perché i grandi di oggi ormai li vestono con capi morbidi, scarpe comode, tute e felpe per muoversi bene; e poi vestiti narrativi con supereroi e supereroine e principesse e principi dei film; e vestiti da piccoli adulti con cui giocare a essere un po’ uguali alla mamma, al papà o a quella zia là. Le bambine e i bambini si abituano, ma chissà se ne sono contenti? Magari glielo chiederemo.

Ed eccoci infatti al Vestival. Cosa c’entrano i vestiti con i libri e le storie? C’entrano eccome, per due motivi: perché le storie narrano i vestiti, e perché le storie sono specie di vestiti.

Le storie narrano molto di vestiti. Fin dagli abiti sontuosi delle fiabe: “Piantina scuotiti, d’oro e d’argento coprimi. Allora l’uccello le gettò un abito d’oro e d’argento…”. E via nel grande guardaroba delle storie. Coi vestiti che velano e svelano: come i mantelli dell’invisibilità di Harry Potter, e quelli elfici quasi identici di Frodo e Sam, che velano i corpi. O la giacca sudicia e puzzolente di Skelling, che vela e cela due grandi ali perché lui è un angelo. O i vestiti maschili che celano ragazze, come Joanna della Freccia Nera e Mulan di Disney; e quelli femminili che celano Achille finché non è pronto a essere un supereroe. E poi quelli che al contrario svelano e segnalano i tratti dei personaggi: come le Calzelunghe di Pippi, o gli abiti estrosi di Star Girl, che mettono subito in chiaro a tutti la loro eccentricità.

Ma non solo le storie narrano di vestiti, che velano e svelano e altro: le storie sono vestiti loro stesse. Hanno in comune con loro la trama e l’ordito, e il fatto che qualcuno abbia tessuto, tagliato e cucito per noi. E come vestiti tagliati e cuciti noi allora ce le mettiamo addosso. In forme concrete e visibili, proprio di stoffa: come giovani e adulti cosplayers e bambine e bambini che vestono storie dei film. O in forme più invisibili e profonde: certi libri che abbiamo letto, certe storie, certi personaggi, sono vestiti che senza stoffe “ci stanno bene”. Cadono bene sulle spalle dei nostri giorni, sui fianchi dei fatti, sul giro vita della nostra vita. Ci fanno capire, ci fanno caldo, ci fanno noi.

Di tutto questo e ancora d’altro parlerà, narrerà, mostrerà, canterà, danzerà; e farà fare, vestire, costruire, indossare e magari sfilare il nuovo Vestival Tuttestorie ‘26.